segunda-feira, 10 de maio de 2010

Croce e identità cristiana di Dio nei primi secoli (Recensione)

TACCONE Fernando (ed.)

Croce e identità cristiana di Dio nei primi secoli (= Appunti di Teologia 18). Edizioni OCD, Roma 2009, 192 p., ISBN 879-88-7229-456-7

Questo volume è il frutto del lavoro scientifico del seminario patristico organizzato dalla Cattedra “Gloria Crucis” della Ponificia Università Lateranense. Curato dal egregio professore Fernando Taccone, raccoglie la ricerca di eminentissimi studiosi del mondo cristiano antico per rispondere ad alcuni quesiti fondamentali: in che modo la Chiesa dei primi secoli ha compreso e presentato la Croce di Cristo e l’identità di Dio al mondo (giudaico e pagano)?

Questi i relatori e suoi rispettivi interventi: 1) Mario Maritano, Ignazio di Antiochia:“La passione del mio Dio” (Rom 6,3); “Sangue di Dio” (Ef 1,1): Il prof. Maritano partendo del significato globale di Passione, Sangue e Croce in Ignazio conclude che i primi cristiani non avevano paura di presentare questi elementi come appartenenti al Dio incarnato una volta che la vera identità di Dio è l’amore che sa sofrire e patire pur salvare l’uomo; 2) Gaetano Lettieri, Passione e\o Impassibilità di Dio nella controversia ariana: l’autore percorrendo le prospettive antecedenti (Origenes) e posteriori (Ilario di Poitiers e i cappadoci) alla crise ariana ha costatato che “la soluzione del mistero cristologico si dà unicamente nel dinamismo onnipotente dell’amore di Dio, la più radicale, assoluta e paradossale delle passioni”; 3) Gianni Sgreva, Il movimento patripassiano:istanze positive per l’elaborazione del concetto cristiano di Dio: il relatore di questo studio dimostra come il movimento patripassiano suscitò il problema del concetto cristiano di Dio a partire della croce e allo stesso tempo provocò la possibilità di una pista di approccio alla teo-logia cristiana nella quale Dio è definito nel suo in sé essenzialmente dalla Croce di Cristo; 4) Maria Cristina Pennacchio, "pathos tes agapes": La passione di Dio in Clemente di Alessandria e Origene: in questo articolo la professoressa Pennacchio sostiene che, secondo Clemente Alessandrino, la Passione sulla Croce può essere vista come typos della passione di Dio, immagine visibile di una passione invisibile, così come il Cristo-Logos è l’immagine visibile di Dio Padre invisibile: questa è la soluzione all’apparente contraddizione tra l’assoluta trascendenza del Padre e la sua Passione che traspare nel volto del Figlio principalmente nel momento della Croce. 5) Stefan Heid, Croce identità di Dio nelle più antiche omelie della Chiesa: questo studio prende in considerazione l’impatto dello sviluppo della Liturgia della Croce nelle omelie a partire dal secolo IV; i temi più ricorrenti sono queli della croce come l’orrore dei demoni, la gloria di Cristo, l’interpretazione tipologica della croce nell’Antico Testamento, l’attività della Croce nell’assemblea liturgica, il considerare la Passione sia dal punto di vista umano sia divino, e la parenese basata sulla conversione del buon ladrone. 6) Lorenzo Dattrino, Gnosticismo in Ireneo: Dio dalla Croce e sulla Croce: in Ireneo, secondo Dattrino, la Croce non è mai separata dalla vita di Cristo prima e dopo la Passione, diventando per tutti i credenti un trofeo di vittoria. Questo tema sarà ripreso dopo l’edito di Milano in modo particolare per Latanzio, Eusebio di Cesarea e Rufino. 7) Enrico dal Covolo, San Giustino il Dio dei Filosofi e il Dio della Croce: in questo articolo il professore dal Covolo difende che “per accedere alla comprensione dell’identità cristiana di Dio e per entrare nel mistero di salvezza, ocorre passare, secondo Giustino, attraverso la Croce di Cristo”, una volta che il santo filosofo e martire afferma che “noi siamo giunti a Dio per mezzo di questo Cristo, che è stato crocifisso” (Dialogo, 11, 4-5). 8) Nello Cipriani, La rivelazione dell’amore trinitario nell’incarnazione e morte di Cristo: l’autore mediante la lectio di alcuni testi nei qualli traspare chiaramente che per mezzo dell’Incarnazione e morte di Cristo viene manifesto l’amore di Dio Padre e di Dio Figlio, confuta quelli che affermano: “La Croce [...] non dice nulla di Dio” (A. Milano). 9) Vittorina Marini, La Vergine Madre e il Figlio Crocifisso nei primi secoli della Chiesa: percorrendo la storia teologica della chiesa, sin dai primi Padri fino al Vaticano II, la professoressa V. Marini afferma che pur nella brevità dei riferimenti dei Padri riguardo alla partecipazione di Maria al dolore redentivo del Figlio, hanno invece costatato l’importanza della presenza di Maria iuxta crucem e il suo rapporto con il Redentore, essendo questo elemento la celula mater della moderna dottrina sulla cooperazione di Maria alla missione salvifica di Cristo.

Gli interventi, pur essendo brevi sono profondi sia riguardo al rigore scientifico sia alla richezza di riferimenti, sia ancora ai diversi punti di vista che formano un vero mosaico sul quale traspare “La Croce e identità di Dio nei primi secoli”. Il volume risulta un prezioso istrumento perché apre l’orizzonte alle posteriore ricerche specializzate sia nel campo letterario sia teologico sulla questione De Cruce, illuminando così il dibattito attuale sui crocifissi ed il suo significato religioso e culturale.

Aurélio Lima Correia

sábado, 8 de maio de 2010

Quarant’anni fa papa Roncalli firmava la Veterum sapientia, la costituzione apostolica sul latino. Un documento scritto perché questa lingua fosse sempre più promossa e conservata nella Chiesa. Le cose, però, andarono in maniera ben diversa...



«Presenti nel tempio massimo della cristianità il Sacro Collegio, la Curia romana, la Commissione centrale per la preparazione del Concilio Vaticano II, i corpi accademici e l’alunnato degli Atenei ecclesiastici e tutto il clero dell’Urbe, nonché il numeroso popolo di ogni stirpe e lingua, il Sommo Pontefice, che sedeva al cospetto della sua Cattedra, metteva il suggello alla costituzione apostolica sulla lingua latina, nella quale viene espressa la ferma volontà della Santa Sede “che lo studio e l’uso di questa lingua, restituita alla sua dignità, venga sempre più promosso e attuato”». Così scriveva sull’Osservatore Romano del 1° marzo 1962 il cardinal Pizzardo, rievocando il momento in cui una settimana prima, 22 febbraio, festività della Cattedra di san Pietro, gli era stata solennemente consegnata, a suo onore e onere, in quanto prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi, la Veterum sapientia da papa Giovanni XXIII.

In effetti nessun altro documento del “Papa buono” fu presentato entro una cornice così fastosa. Non fu un caso: «L’abbiamo voluto firmare in questo solenne convegno preludente al Concilio» diceva il Papa nel discorso tenuto in quell’occasione «a titolo di particolare apprezzamento e onore». Ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalle apparenze. Lo scopo di esse, come spesso accade in natura, era essenzialmente difensivo, e forse non solo ad extra: c’è chi pensa sia stato anche il modo di carpire la benevolenza dei conservatori per spianare la strada alla riforma conciliare e magari proprio all’affossamento del latino. Si voleva opporre, e ancor più dare l’impressione di opporre, un argine imponente al degrado altrettanto imponente dello studio e dell’uso del latino nell’ambito ecclesiastico e civile. Si intuiva infatti la forza prevalente dei fatti che, più degli argomenti, giocavano per la sua progressiva emarginazione. Non si intuiva o non si voleva intuire che in questi casi, facendo la voce troppo grossa, si rischia di non difendere nemmeno l’essenziale che era piuttosto il latino nella liturgia, da cui dipendeva anche la permanenza del suo uso e del suo studio. Ma quello si dava per scontato e la Veterum sapientia non se ne occupava.

La questione dell’uso
e dello studio del latino



Era all’incirca dalla metà del XIX secolo, dal tempo di Pio IX, che si veniva ponendo in modo sempre più urgente la questione del latino, e da allora sinodi diocesani, concili provinciali, le Sacre Congregazioni romane e gli stessi pontefici avevano fatto intendere più volte la loro voce a difesa. Ma con scarsi risultati.

Il primo documento dedicato specificamente al problema era stato una lettera ai vescovi inviata nel 1908 dalla Sacra Congregazione degli Studi a nome di papa Pio X. Ma chi prese davvero a cuore la questione, tanto che suoi sono i documenti cui maggiormente attinge la Veterum sapientia, fu Pio XI. Riprendendo una analogia già sostenuta da Leone XIII e da Benedetto XV, egli estende la custodia del deposito della fede alla custodia della sua forma latina, con l’esplicita citazione della Prima Lettera a Timoteo (6,20). Infatti dice che il latino è connesso a tal punto con la vita della Chiesa da riguardare non tanto la cultura e lettere ma la religione. E più volte negli atti del suo pontificato ricorre accorata l’affermazione tradizionale che il latino è come la madre lingua per la Chiesa e che pertanto l’ignoranza di questa lingua segnala una certa quale mancanza di amore alla Chiesa (cfr. le epistole Officiorum omnium del 1922 e The Sacred Congregation, della Sacra Congregazione dei Seminari, del 1928).

Con tutto ciò l’abbandono del latino cresce con la guerra, ma con la guerra viene anche inevitabilmente dilazionato a tempi più adatti qualunque provvedimento. I tempi maturano durante il pontificato Giovanni XXIII, cultore egli stesso dei Padri latini, come si può leggere in più pagine del suo Giornale dell’anima: «Voglio rileggere il De civitate Dei di sant’Agostino» scriveva quando era delegato apostolico proprio nei giorni della guerra (25-31 ottobre 1942) «e farmi di quella dottrina succo e sangue per giudicare tutto solo e in faccia a chi si accosta al mio ministero con sapienza che illumina e conforta». E poi ormai da papa, nel 1961: «L’esercizio della parola che vuole essere sostanziosa e non vana mi fa desiderare un accostamento maggiore a quanto scrissero i grandi pontefici dell’antichità. In questi mesi mi tornano familiari san Leone Magno e Innocenzo III. Purtroppo pochi ecclesiastici si curano di loro che sono ricchi di tanta dottrina teologica e pastorale. Non mi stancherò di attingere a queste sorgenti così preziose di scienza sacra e di alta e deliziosa poesia».

L’avvicinarsi di speranze di pace e, insieme, del Concilio, convocato col desiderio di un ritorno anche della Chiesa alla sua piena pace e unità, non senza timore, peraltro, per un’assemblea così composita, faceva sentire con più forza a papa Giovanni in particolare il valore universale e unificante della lingua latina (tema anche questo esplicitato per primo da Pio XI). Papa Giovanni espresse questa sua sollecitudine fin dall’inizio del suo pontificato e la ripeté nel discorso dell’udienza di presentazione della Veterum sapientia: «Piace qui ricordare l’importanza e il prestigio di questa lingua nel presente momento storico, in cui insieme con una più sentita esigenza di unità e di intesa fra tutti i popoli, non mancano tuttavia espressioni di individualismo. La lingua di Roma usata nella Chiesa di rito latino, particolarmente fra i suoi sacerdoti di diversa origine, può ancora oggi rendere nobile servizio all’opera di pacificazione e unificazione. Lo può rendere anche ai nuovi popoli che si affacciano fiduciosi alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e di sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuto studi medi e superiori; e soprattutto è veicolo di comprensione».

Ma forse la causa prossima della Veterum sapientia va rintracciata anche in una contingenza del tutto marginale, diremmo oggi a quarant’anni di distanza: la riforma della scuola media inferiore che in Italia di lì a poco avrebbe relegato il latino a materia facoltativa. Significativo per non dire rivelativo, è quanto scriveva Ezio Franceschini nella Rivista del clero italiano di quel fatidico 1962: «Del tutto particolare è stato l’interesse con cui la costituzione è stata accolta in Italia: essa infatti è venuta ad inserirsi, con il peso di un’autorità immensa, sulla polemica che infuria circa l’utilità del latino da quando il suo insegnamento si prospetta come facoltativo e opzionale nella nuova “scuola media unificata” che accoglierà i giovanetti italiani dagli 11 ai 14 anni. Sua santità Giovanni XXIII si rivolge naturalmente e dà disposizioni soltanto alle scuole ecclesiastiche e religiose di ogni ordine e grado: ma le osservazioni che fa sul valore della lingua latina, sia come strumento di formazione intellettuale, sia come mezzo di comunicazione universale, hanno un significato che va ben al di là del territorio cui il discorso è rivolto».

Si pensò probabilmente che magnificare le doti del latino sul piano della storia e della cultura e prescriverne l’uso e lo studio con un documento vergato con solennità avrebbe potuto manifestare quale fosse la determinazione con cui la Chiesa intendeva difendere il latino a tutto campo, quale «tesoro di incomparabile valore», e magari scongiurare quella riforma.

Numerosi commenti, specialistici e non, venivano a confermare l’opportunità della Veterum sapientia e il suo sicuro successo. Benedetto Riposati, con più enfasi che lungimiranza, scriveva su Vita e pensiero: «La Chiesa offre un mirabile esempio di rispetto delle tradizioni culturali e umanistiche, che richiama a base della formazione intellettuale e spirituale delle giovani generazioni, e predice, consiglia, impone la lingua latina quale efficacissimo, insostituibile mezzo di codesta saggia finalità. Né fallirà al fine». Fiorenzo Romita su Monitor ecclesiasticus di quello stesso 1962 affermava soddisfatto che, a norma dell’articolo 2 della Veterum sapientia, ormai non si poteva che parlare in favore (pro) di quanto prescritto dalla nuova costituzione, nessuno avrebbe più potuto parlare, neanche per i più nobili motivi, contro (contra). Ma poi l’ultimo rigo del suo commento, che in lungo e in largo aveva legittimato principi e norme della Veterum sapientia, riconosceva lapidariamente che il problema andava ben oltre il parlare. All’attuazione della costituzione e delle Ordinationes infatti «obiectivae difficultates eaeque gravissimae obstabunt» (per chi non sa il latino: faranno ostacolo difficoltà obiettive e per di più estremamente serie). Giusto La Civiltà Cattolica si distingueva, riportando in italiano la sola parte precettiva della Veterum sapientia accompagnata dalle parole del Papa, e senza alcun commento: un modo come un altro per commentare.

In realtà di lì a poco la Chiesa non riuscì a conservare il latino nemmeno entro i suoi confini. Tutti oggi, a quarant’anni di distanza, sanno che fine ha fatto il latino, non nella scuola media italiana o nei ginnasi tedeschi, ma nel cuore della liturgia e della fede della Chiesa, e proprio lo scarto fra le disposizioni indiscutibili della Veterum sapientia e il risultato discutibilissimo fa scintille. Cosa mai pretendeva quella costituzione per avere ottenuto un risultato così difforme dai suoi dichiarati intenti? In realtà non pretendeva niente altro che l’osservanza di ciò che già era prescritto. Ma quell’osservanza già da tempo era impraticabile. Il problema non sta nel documento, ma nei tempi cambiati. Anche giudicare il tempo fa parte dei consigli evangelici.


Le due parti
della Veterum sapientia


Il documento, assai breve, si compone di due parti ben distinte. Una prima in cui si tessono le lodi della lingua latina. Tanto per la sua storia che per la sua struttura, si dice, essa è stata sempre esaltata e raccomandata allo studio e all’uso dai pontefici e dai sinodi precedenti. La lingua latina infatti ha provvidenzialmente accompagnato la propagazione del cristianesimo nell’Occidente; è universale, immutabile, piena di maestà; è la porta d’accesso alle verità trasmesse dalla Tradizione; ha grande efficacia formativa.

Rispetto a questa prima parte espositiva si può forse dire, col senno del poi (ma padre Urbano Navarrete scriveva a caldo nel 1962 più o meno le stesse cose su Periodica de re canonica), che non giovò mettere insieme senza alcun ordine gerarchico motivazioni di diversa importanza e fondatezza. Non teme smentite infatti l’affermazione che la lingua latina è «quasi una porta che mette tutti a diretto contatto con le cristiane verità tramandate dalla Tradizione [oggi che non si passa più da quella porta “le cristiane verità tramandate dalla Tradizione” sono diventate “la verità”] e con i documenti dell’insegnamento della Chiesa; e un vincolo efficacissimo che ricollega con mirabile continuità la Chiesa di oggi con quella di ieri e di domani». Mentre molto più opinabile e secondaria è la perfetta congruità della lingua latina a «promuovere ogni forma di cultura presso qualsiasi popolo» o l’«efficacia tutta speciale che hanno sia la lingua latina sia in generale la cultura umanistica nello sviluppare e formare le tenere menti dei giovani».

Al termine della prima parte si trova introdotta la seconda: infatti, proprio perché «l’uso del latino viene ai nostri giorni messo in più luoghi in discussione», la seconda parte viene deputata a contenere provvedimenti per la rinascita dello studio e dell’uso del latino. In otto punti vengono emanate norme di cui alcune immediatamente efficaci (si fa per dire), altre che attendevano di essere seguite da specifici atti esecutivi a carico della Sacra Congregazione dei Seminari: le norme 8 e 6.

Il documento in effetti fu seguito, in data 22 aprile 1962, da Ordinationes (Ordinamento degli studi) che nel giugno successivo furono inviate ai vescovi e ai rettori delle università e facoltà ecclesiastiche: sarebbero dovute entrare in vigore col primo giorno dell’anno accademico 1963-64. Estremamente dettagliate (forniscono in appendice finanche un elenco di testi patristici dai quali attingere brani in latino e greco e la traccia della relazione che si sarebbe dovuta inviare annualmente per i primi cinque anni alla Congregazione) tali Ordinationes si aprono però colla constatazione di «quanto difficile e faticoso sia attuare questa importantissima e necessaria disposizione, sia per la presente infelice condizione dello studio e dell’uso della lingua latina, sia per concomitanti circostanze di luoghi, tempi e persone». Tanto che è prevista al cap. VIII § 2 una serie di norme transitorie per facilitare un’applicazione graduale. In effetti, mentre ufficialmente il terzo fascicolo del 1962 di Seminarium, la rivista della Congregazione, riporta l’elenco delle adesioni di eminenti ecclesiastici e delle maggiori università e facoltà ecclesiastiche, ufficiosamente si sa che fioccarono proteste di moltissimi vescovi e minacce di dimissioni così numerose da parte dei professori che anche le maggiori università si sarebbero trovate nell’impossibilità di offrire i corsi se si fosse applicato il nuovo Ordinamento degli studi. Così la Congregazione fu costretta a soprassedere, chiudendo non un occhio ma tutti e due.

A due anni di distanza dalla Veterum sapientia poi, in ottemperanza all’articolo 6 che prevedeva la creazione di un Istituto accademico di lingua latina, Paolo VI, succeduto nel frattempo a Giovanni XXIII, col motu proprio Studia latinitatis del 22 febbraio 1964 erigeva presso il Pontificio Ateneo Salesiano il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis. Pur essendo nato già macilento per mancanza di materia prima, pur essendosi illanguidito fino al punto quasi da estinguersi negli anni Settanta, pur avendo formalmente e sostanzialmente cambiato nome e finalità, di tutti i propositi della Veterum sapientia è questo l’unico a essere ancora in piedi. Affidato alla Società Salesiana è oggi guidato da un preside umile, un siciliano autoironico e cordiale che affronta con passione e allo stesso tempo con il sorriso sulle labbra l’impresa impossibile di far studiare e amare una lingua che non importa nemmeno a chi di dovere sia studiata e amata. Un’armatura leggera è l’unica difesa, a volte.

di Lorenzo Cappelletti


Fonte: http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=390

quarta-feira, 7 de abril de 2010

Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν

A imagem acima representa a "Anastasis" (ressurreição, em grego), num sarcófago cristão do século IV. O monograma de Cristo, isto é, as duas primeiras letras da palavra grega CHRISTOS (XP), representam o Cristo ressuscitado; as duas figuras na parte exterior representam os soldados que guardavam o túmulo.
--------------------------------------------------------------------
Segundo os canones da análise retorica bíblica e semítica, ao lermos um livro da Sagrada Escritura devemos estar atentos a uma "melodia" que dá sentido a cada uma das perícopes que compoem o texto daquele livro e desvendam a relação mais profunda existente entre as mesmas. Assim como ao ouvir uma música, não prestamos atenção às notas consideradas em si mesmas, isoladamente, mas quase que "institivamente" apreciamos a melodia, que dá sentido à composição da música. Também ouvindo somente o "final" da música, não podemos entender nada.
Esta observação, ao meu ver, é muito importante para entender os relatos sobre a Ressurreição contidos nos Evangelhos, comumente proclamados na festa da Páscoa, relatos estes que representariam, na comparação acima, às últimas notas da melodia do Evangelho.
Retomando a idéia inicial, no texto bíblico não há notas isoladas, mas uma melodia. por essa razão não podemos tomar os ultimos capítulos esquecendo do resto. Esta é a nossa tendência, porque o nosso modo de entender e interpretar é segundo os cânones da retorica greco-latina: por exemplo, quando lemos um livro ou um artigo lemos em primeiro lugar a conclusão para verificar a qual ponto o autor chegou. Se a conclusão mostra-se interessante, em seguida iniciamos a leitura da introdução e, talvez, o restante do texto.
Todavia, segundo a retórica bíblica, a chave de leitura não está na conclusão, mas no centro de uma estrutura literária. Assim sendo, a parte principal do Evangelho está entre o nascimento e a morte e ressureição de Cristo, que formam a "moldura" dos evangelhos. E justamente no centro podemos perceber um movimento, um desenrolar dos fatos baseado na locomoção de Jesus aos mais diversos locais da antiga Palestina. E neste movimento podemos identificar uma passagem, uma Páscoa (do hebraico Pessach, que significa justamente "passagem")
Assim sendo, não podemos reduzir o mistério pascoal de Cristo aos últimos capítulos do Evangelho. Ao isolarmos o relato da Ressureição do seu contexto maior, corremos o risco de cair no mais barato fundamentalismo e esvaziar o seu real significado para a fé cristã.
Segundo a mesma retórica bíblica, mesmo nas sessões singulares que formam a melodia do Evangelho, o centro é muito importante pois contém a chave de interpretação destas pequenas unidades, que geralmente consiste numa pergunta; isto vale principalmente para o Evangelho segundo S. Lucas, rico em estruturas concêntricas. No capítulo 24 deste evangelho, que narra o episódio da Ressurreição, podemos indentificar dois momentos: aquele que narra o anúncio da ressurreição às mulheres, que por sua vez anunciam aos Apóstolos, e aquela passagem que narra a aparição do Cristo aos discípulos de Emaús. Em ambas perícopes temos uma pergunta no centro de suas respectivas estruturas literárias: na primeira perícope temos: "por que procurais o vivente entre os mortos?" e na segunda: "não devia, talvez, o Cristo sofrer tudo isso (isto é, a paixão) para entrar na sua glória?" Nesta última perícope o Cristo tomando a Lei e os Profetas (isto é a Torá e os Nevihim, duas das três partes da Escritura hebraica) explica aos discípulos o sentido dos fatos que acabavam de acontecer naqueles dias em Jerusalém. Na verdade essas perguntas são direcionadas ao leitor (ou ouvinte) destes relatos, a fim de chamar sua atenção e provocar uma reflexão: no primeiro caso, a chamada de atenção para o "procurar o vivente entre os mortos" e, no segundo, a importância das Escrituras Hebraicas para compreender o mistério do Cristo.
Aproveitando as festas pascais, faço esta pequena observação sobre como a abordagem literária da Sagrada Escritura pode nos ajudar a entender melhor estes textos que parecem já não dizer nada de novo, quando tomados isoladamente e sem critérios de análise.
AVRELIVS

quarta-feira, 24 de março de 2010

Mosaico Romano "redescoberto" no Collegio Sant'Anselmo, Aventino


Esta semana finalmente a administração do Collegio Sant'Anselmo (Colégio Internacional dos Beneditinos em Roma) tomou uma atitude louvável: retirar o tablado que há quase dois anos encobria o belíssimo mosaico do século II ou III d.C. que foi encontrado quando das escavações para a construção do colégio. Para memória do fato foi adicionada pelos monges restauradores a seguinte inscrição: IN FVNDAMENTIS INVENTVM INSTAVRATVM ANNO DOMINI MDCCCXCVIII
O Mosaico representa o mito de Orfeu, que significa "aquele que é só" (da mesma raíz da palavra orfão) Segundo a tradição clássica era habitante da Trácia e tocador de lira e citara, esta recebida de Apolo. Encantava a todos com sua musica e com seu canto. Quando cantava tudo se suspendia, todos se detinham, mesmo os corações mais gelados. Com a sua música ensinava os nescios, enternecia os irascíveis e amansava os selvagens. No mosaico acima podemos contemplar este poder de encantamento em relação às mais diversas espécies de bestas selvagens. Não é à toa que a figura de Orfeu, batizada, representa o Cristo que com sua palavra encantava as multidões. Por isso foi acrescentada a frase tirada da regra de S. Bento, acrescentada ao mosaico pelos restauradores e que serve de exegese cristã do mito figurado no mosaico: ATTONITIS AVRIBVS AVDIAMVS DIVINA QVOTIDIE CLAMANS QVID NOS ADMONET VOX (Regula Monachrum, Prologus 9)
Outras fotos: (tiradas pelo meu amigo Pius Takaku, do Japão)





domingo, 14 de março de 2010

CD: Chants de l'Église Milanaise

A grande figura de Santo Ambrosio domina este canto "ambrosiano" cuja tradição é perpetuada desde o século V d.C. em Milão e em alguns vales dos Alpes italianos. Filho de um alto funcionário do Império Romano, administrador, poeta e orador, o futuro santo foi eleito bispo de Milão por aclamação popular antes mesmo de ter recebido o batismo. Milão, da qual será bispo, era a capital administrativa dos territórios ocidentais do Império Romano. Centro comercial importante, a cidade era o ponto de encontro de todas as correntes culturais. Romanos, Italianos, Gregos e Bárbaros aí se encontravam. Ambrosio sucedeu a um certo Auxentius, bispo grego que professava o arianismo, heresia de origem oriental. Por sua vez, para defender a ortodoxia, Ambrosio se inspira nas obras dos grandes padres da Igreja do Oriente, particularmente Orígenes e Basilio de Cesaréia.
Poeta de talento, o novo bispo compôs numerosos hinos que são ainda utilizados hoje. Santo Agostinho, que esteve também em Milão junto a ele, dá um testemunho muito preciso sobre uma das primeiras manifestações conhecidas do canto eclesiástico cristão. No momento mais forte da crise ariana, a imperatriz Justina, que pendia ao arianismo, envia tropas para tomar posse de certas basílicas da cidade. Ambrósio se opôs e fez com que a multidão de fiéis ocupasse as igrejas ameaçadas. "É nesta ocasião, nos diz Santo Agostinho, que se colocaram a cantar hinos e salmos segundo o costume das regiões do Oriente, para impedir que o povo se deixasse levar pela tristeza e pelo cansaço."
O testemunho de Santo Agostinho é muito precioso. O autor das Confissões era ele mesmo um músico e devia, por conseguinte, se preocupar durante a sua atividade pastoral com a liturgia e com o canto. Atesta que o uso do canto oriental foi mantido, uma vez que a crise ariana terminou. [...]
A comunidade milanesa terá, por bem ou por mal, defender o seu rito e a sua maneira de cantar contra as tentativas de unificação vindas de Roma ou do poder laico. Assim será ao início do século IX, contra Carlos Magno e o Papa Adriano, mais tarde contra Nicolau II e Gregório VII. À época do Concílio de Trento, será necessária toda a autoridade de São Carlos Borromeu, sucessor longínqüo de Santo Ambrósio, para proteger um canto ao qual os milaneses desejavam permanecer fiéis. Certamente, ao curso dos séculos, o canto ambrosiano e o canto romano coabitaram a mesma casa. Parace que certos elementos do primeiro foram integrados no segundo. Descobrir-se-á nas peças escolhidas pelo Ensamble Organum alguns traços melódicos familiares que se repetem até hoje nas liturgias mais usuais. Não é menos evidente que a proximidade com Roma, a uniformização da notação do cantochão em notas corridas "banalizaram" o canto ambrosiano, escondendo em parte a sua especificidade.
Durante as sessões de trabalho que se desenrolaram na abadia de Royaumont, Marcel Pérès e seus colegas aplicaram os hábitos de cantar e os modos das Igrejas de Atenas e Antioquia a um canto que o uso tinha abusivamente romanizado, devolvendo assim as suas cores originais. Retornando às fontes vivas, eles renovaram "na união de vozes e coros" o mesmo gesto do grande bispo de Milão; como era do seu querer, eles cantam "os hinos e os salmos segundo o costume das regiões do Oriente". [...]
Qui jubilat non verba dicit, sed sonus quidam est laetitiae sine verbis. (Agostinho, Enarratio in psalmos XCIX)
Tradução: Aurélio Lima Correia OSB

sábado, 9 de janeiro de 2010

O retorno do latim nos EUA

A Dead Language That’s Very Much Alive

Parte superior do formulário

Parte inferior do formulário

NEW ROCHELLE, N.Y. — The Latin class at Isaac E. Young Middle School here was reading a story the other day with a familiar ring: Boy annoys girl, girl scolds boy. Only in this version, the characters were named Sextus and Cornelia, and they argued in Latin.

“I can relate, but what the heck are they saying?” said Xavier Peña, a sixth grader who started studying Latin in September.

Enrollment in Latin classes here in this Westchester County suburb has increased by nearly one-third since 2006, to 187 of the district’s 10,500 students, and the two middle schools in town are starting an ancient-cultures club in which students will explore the lives of Romans, Greeks and others.

The resurgence of a language once rejected as outdated and irrelevant is reflected across the country as Latin is embraced by a new generation of students like Xavier who seek to increase SAT scores or stand out from their friends, or simply harbor a fascination for the ancient language after reading Harry Potter’s Latin-based chanting spells.

The number of students in the United States taking the National Latin Exam has risen steadily to more than 134,000 students in each of the past two years, from 124,000 in 2003 and 101,000 in 1998, with large increases in remote parts of the country like New Mexico, Alaska and Vermont. The number of students taking the Advanced Placement test in Latin, meanwhile, has nearly doubled over the past 10 years, to 8,654 in 2007. While Spanish and French still dominate student schedules — and Chinese and Arabic are trendier choices — Latin has quietly flourished in many high-performing suburbs, like New Rochelle, where Latin’s virtues are sung by superintendents and principals who took it in their day. In neighboring Pelham, the 2,750-student district just hired a second full-time Latin teacher after a four-year search, learning that scarce Latin teachers have become more sought-after than ever.

On Long Island, the Jericho district is offering an Advanced Placement course in Latin for the first time this year after its Latin enrollment rose to 120 students, a 35 percent increase since 2002. In nearby Great Neck, 36 fifth graders signed up last year for before- and after-school Latin classes that were started by a 2008 graduate who has moved on to study classics at Stanford (that student’s brother and a friend will continue to lead the Latin classes this year).

Latin is also thriving in New York City, where it is currently taught in about three dozen schools , including Brooklyn Latin, a high school in East Williamsburg that started in 2006. Four years of Latin, and two of Spanish, are required at the new high school, where Latin phrases adorn the walls and words like discipuli (students), magistri (teachers) and latrina (bathroom) are sprinkled into everyday conversation.

“It’s the language of scholars and educated people,” said Jason Griffiths, headmaster of Brooklyn Latin. “It’s the language of people who are successful. I think it’s a draw, and that’s certainly what we sell.”

Adam D. Blistein, executive director of the American Philological Association at the University of Pennsylvania, which represents more than 3,000 members, including classics professors and Latin teachers, said that more high schools were recognizing the benefits of Latin. It builds vocabulary and grammar for higher SAT scores, appeals to college admissions officers as a sign of critical-thinking skills and fosters true intellectual passion, he said.

“Goethe is better in German, Flaubert is better in French and Virgil is better in Latin,” Dr. Blistein said. “If you stick with it, the lollipop comes at the end when you get to read the original. In many cases, it’s what whets their appetite.”

Latin was once required at many public and parochial schools, but fell into disfavor during the 1960s when students rebelled against traditional classroom teachings and even the Roman Catholic Church moved away from Latin as the official language of Mass. Interest in Latin was revived somewhat in the 1970s and began picking up in the 1980s with the back-to-basics movement in many schools, according to Latin scholars, but really took off in the last few years as a language long seen as a stodgy ivory tower secret infiltrated popular culture.

Harry Potter books use Latin words for names and spells, and at least two have been translated into Latin (“Harrius Potter et Philosophi Lapis”), as have several by Dr. Seuss (“Cattus Petasatus”). Movies like “Gladiator” and “Troy” have also lent glamour to the ancient world.

“Sometimes you need to know Latin to understand that part,” said Adrian McCullough, 10, a sixth grader in New Rochelle who plans to reread the Harry Potter books now that he is learning Latin.

Marty Abbott, education director of the American Council on the Teaching of Foreign Languages, said it was possible that Latin would edge out German as the third most popular language taught in schools, behind Spanish and French, when the preliminary results of an enrollment survey are released next year. In the last survey, covering enrollment in 2000, Latin placed fourth. “In people’s minds, it’s coming back,” she said. “But it’s always been there. It’s just that we continue to see interest in it.”

Ms. Abbott, a former Latin teacher, said that today’s Latin classes appeal to more students because they have evolved from “dry grammar and tortuous translations” to livelier lessons that focus on culture, history and the daily life of the Romans. In addition, she said, Latin teachers and students have promoted the language outside the classroom through clubs, poetry competitions and mock chariot races.

Skip to next paragraph

In Scarsdale, N.Y., where Latin enrollment rose by 14 percent to 80 this year, the high school sponsors a Roman banquet on the Ides of March during which students come wearing tunics and wreaths in their hair. Seniors serve bread, olives, roasted chicken and grapes to younger students, and all of them break bread with their hands. Dr. Marion Polsky, the Latin teacher, said that former students still send her postcards written in Latin and that at least three have gone on to become Latin teachers.

Here in New Rochelle, the district introduced a Latin class for sixth graders last year and is now adding a second Latin class for seventh graders. Richard Organisciak, the superintendent, said the district had spent $273,000 since 2006 to promote foreign languages including Latin. Last month, the district also started a dual-language English-Italian kindergarten and a Greek class at the high school; it is considering offering Chinese next fall.

The high school principal, Don Conetta, said he had encouraged more students to study Latin, though he acknowledged that he was hardly “a stellar student” himself in Latin and came to appreciate its value only later in life.

“If my Latin teachers could hear me now,” he said. “I took three years in high school, and four semesters in college, and I can’t remember the first line of Cicero’s orations.”

Students like Ciera Gardner, a sophomore, started Latin three years ago with two friends who have since dropped out because of the workload. But Ciera, an aspiring actress, said that she had persisted because Latin would look good on her college applications and that in the meantime, it had already helped her decipher unfamiliar words while reading scripts. “It’s different,” she said. “Everyone says ‘I take Spanish’ or ‘I take Italian,’ but it’s cool to say ‘I take Latin.’ ”

Max Gordon, another sophomore, said that he had learned more about grammar in Latin class than in English class. And he occasionally debates the finer points of grammar with his mother, Kit Fitzgerald, a video artist who studied Latin, while washing dishes after dinner.

“In some ways, it’s really frustrating,” he said. “I’ll hear someone say something that isn’t grammatically correct and I’ll cringe.”

Fonte: http://www.nytimes.com/2008/10/07/nyregion/07latin.html?pagewanted=2&_r=1

terça-feira, 5 de janeiro de 2010

A FALÊNCIA DA EDUCAÇÃO NO BRASIL II: As disciplinas fora do ar

Maria do Rosário Caetano

Hoje, constata-se que o cultivo da língua portuguesa, seja no falar, seja no escrever, já não é prática corrente. As camadas jovens da população de são tachadas de portadoras de carência vocabular, desconhecimento das flexões e tempos verbais, pobreza de raciocínio, falta de argumentação lógica, entre outras mazelas.
Será que estes males são exclusivos da juventude? Tudo leva a crer que não. O mal se disseminou por amplas camadas da população e está presente até entre portadores de títulos universitários. Escrever e falar bem, nos dias que correm, são predicados raros.
A que atribuir a proliferação de maus textos e ridículos discursos orais? As causas são muitas: a massificação do ensino, a diminuição da leitura de textos bem escritos, a Reforma de Ensino postulada pela Lei 5692, que deu fim aos cursos de Filosofia, História e consolidou o enterro do latim decretado em 1961 pela LDB (Lei de Diretrizes e Bases), entre outras.
Para analisar as mazelas geradas pela ausência do latim nos cursos ginasiais e colegiais, ouvimos João Pedro Mendes, Doutor em Cultura Clássica e professor de latim, na Universidade de Brasília.
De antemão, João Pedro alerta: "Não podemos dizer que a crise vivida pelo ensino brasileiro seja conseqüência da retirada do latim dos currículos de cursos ginasiais e colegiais. Há muitas outras causas".

Feito o alerta, João Pedro analisa, em específico, a falta que o latim vem fazendo: "Muitos pensam que a língua latina é supérflua, por tratar-se de uma língua morta. Isto não é verdade. O latim está vivo no português, no espanhol, no francês, no catalão, no provençal, no romeno, no italiano. Para chegarmos ao português do século XX, e compreendê-lo com a profundidade necessária ao bem escrever e ao bem falar, temos que conhecer sua história e sua evolução. E é consenso entre todos os especialistas que o latim ajuda a pensar".
Para comprovar sua afirmação, João Pedro cita exemplo dos Estados Unidos, que, 30 anos atrás, retiraram o latim de suas escolas (o Brasil copiou-lhes o exemplo, alguns anos depois). Na Filadélfia, os estudiosos viram-se, anos depois, frente a problema de enorme gravidade: os povos de origem latino-hispânica, radicados nos EUA, não conseguiam aprender, a contento, o inglês. Depois de muitos estudos, os pedagogos descobriram que a solução era voltar a ensinar latim nas escolas primárias e secundárias. Hoje, na Filadélfia, 20 mil crianças estudam latim".
_ Se fomos tão prontos em eliminar o latim dos currículos secundários, seguindo o modelo norte-americano, comenta João Pedro, espero que agora sejamos também capazes de imitá-los neste compreensão da importância de voltarmos a estudar latim.
Além do mais, acrescenta ele, "o inglês é uma língua que vem do tronco germânico e não do latino. E por todos sabido, porém, que quase metade do vocabulário do idioma inglês vem do latim. No nosso caso, é preciso lembrar que somos um povo que fala uma língua latina moderna. Razão dobrada, termos, então, para nos preocuparmos com o estudo da língua-mãe".
DESCRENÇA
João Pedro vive cercado de livros clássicos. Além do latim, ele conhece uma dezena de outras línguas: o francês, espanhol, inglês e outros idiomas modernos, domina o grego, o hebreu e até línguas tribais da África, onde morou e lecionou durante muitos anos (Moçambique).
Além dos estudos clássicos João Pedro convive com outra preocupação - o desinteresse cada vez maior do Estado pelo ensino da língua latina. De todos os cantos do País e do exterior, ele recebe publicações de latinistas, que lamentam o fim do ensino do idioma. Entre os trabalhos recentes, ele destaca o livro das Letras Latinas às Luso-Brasileiras, de Oswaldo Furlam, editado pela Universidade de Santa Catarina, e Humanitas, anuário da Universidade de Coimbra, dirigido pelo latinista Américo da Costa Ramalho. Este anuário, embora não se atenha à questão do fim do ensino do latim, em certos países, é uma publicação importante que registra a evolução da pesquisa no terreno das línguas clássicas.
O livro de Furlam analisa as ligações da literatura portuguesa e brasileira com a literatura latina, que conheceu sua glória com Virgílio, Horácio e Catulo. Para João Pedro, o professor catarinense busca formas paliativas capazes de abrandar as conseqüências do fim do ensino do latim, nos cursos secundários.
_ É mais do que louvável a atitude do professor Oswaldo Furlam, já que não há nenhum indício de que a língua latina volte aos currículos escolares. Serão necessários, no meu entender, muitos anos para que as autoridades educacionais compreendam a falta que o latim está fazendo.
Por enquanto, constata João Pedro, a consciência desta falta está se fazendo presente entre os professores universitários de português. Muitos vêm constatando que só compreenderão, em profundidade, nosso idioma, se conhecerem sua base - a língua latina. Mas João Pedro é realista: "Se o latim voltar, no próximo ano, aos currículos escolares, nos depararemos com a falta de professores capacitados para o ensino da disciplina". Ele explica por que: "com o fim dos cursos secundários de latim, acabaram-se as oportunidades de trabalho para os profissionais da área. Ninguém mais quis estudar latim, embora ele tenha sido preservado nos cursos superiores de Letras. Veja o caso da UnB. Nós oferecemos três opções: Literatura e Língua Portuguesa; Literatura e Língua Moderna (Inglês ou Francês) e Literatura e Língua Clássica (Latim). Nas duas primeiras opções, temos muitos alunos matriculados. Na terceira opção, porém, só temos uma aluna, que por sinal não é brasileira. Ela é argentina, radicada no Brasil, e sabe que, dificilmente, terá mercado de trabalho ao formar-se".
Infelizmente, diz João Pedro, "as pessoas não compreendem que formando-se em Língua e Literatura Latina serão excelentes professores de português". E por que? O professor responde: "Porque o Latim, como a Filosofia e a História, outras duas disciplinas abolidas no ensino secundário, ajuda a pensar. Quem pensa, com profundidade, é capaz de compreender as estruturas mais profundas da morfologia e sintaxe de uma língua. Conhecendo, ainda por cima, as idéias filosóficas e a história da Grécia e de Roma, berços da cultura ocidental, o estudioso será um excelente professor de Língua Portuguesa. Ao invés de colocar o aluno a decorar regras, ele explicará a razão da ocorrência deste ou daquele fenômeno gramatical".

Dos países de línguas neolatinas, só dois aboliram o latim dos cursos secundários: o Brasil e Portugal, justamente os dois países menos desenvolvidos da comunidade latina. Na França, Espanha, Itália e Romênia, entre outros, o estudo do latim é levado muito a sério.
Em Portugal, país que João Pedro conhece bem, pois nasceu lá e fez seus estudos na Universidade de Coimbra, o latim era disciplina obrigatória para alunos de História, Filosofia, Direito e Letras (em suas opções Anglo-Germânicas; Românicas e Clássicas). Hoje, só os alunos de Letras Românicas e Clássicas têm contato com a disciplina. Em países como a Alemanha e a URSS, o estudo do latim é levado a sério, sendo muito conhecidos seus centros e de Estudos Clássicos.
João Pedro faz questão de dizer que "um estudioso pode conhecer bem a cultura clássica, sem dominar o latim e o grego. Tornar-se um especialista, um conhecedor profundo, porém, só com o conhecimento dos dois idiomas. Afinal, a língua é o complexo instrumento que dá conta da cultura de um povo".
Os editores do livro de F. Kinchim Smith (Latim - Aprenda Sozinho) comentam: "O Latim - em magistral definição - afina e aguça a inteligência, modela e tempera a vontade, domina e subjuga o erro, enobrece e dignifica os sentimentos". A frase é uma citação já clássica, que parece ter efeito apenas retórico. Com mais precisão comenta o professor Kinchim: "A língua latina tem sido sempre o principal veículo da cultura ocidental, continuando a ser a chave imprescindível para o conhecimento, de primeira mão, dos credos, códigos, leis, literatura, filosofia e ciência da Europa Ocidental, considerada em seu desenvolvimento histórico".
Igreja
Contribui muito para o desinteresse pelo latim a abolição do estudo do idioma nos seminários. João Pedro vê a atitude da igreja como forma de não afastar as vocações religiosas de sua missão, devido às dificuldades do estudo do latim. Além do mais, quando a missa passou a ser oficiada em língua vernácula, fundou a necessidade de se cultivar o latim nos meios religiosos. Os padres, na maioria das vezes, professores de língua latina nos colégios secundários, já não conhecem o idioma, como outrora.
Para encerrar, João Pedro destaca a citação do professor Guilherme Braga da Cruz, da Universidade de Coimbra, registrada no livro Colóquios Sobre o Ensino de Latim: "O latim é a língua sobre cujas estruturas lógicas e psicológicas assenta toda uma cultura, que é a nossa; e não é possível entrar no conhecimento e na impressão exata dessa cultura - no nível em que deve possuí-los um diplomado universitário, seja ele um letrado ou um cientista - se o espírito não tiver sido formado naquelas estruturas lógicas e psicológicas, na idade em que se moldam as inteligências e se calibram os caracteres".
O latim, como o russo e outros idiomas, é uma língua sintética, que se calca em cinco declinações e seis casos (Nominativo, Genitivo, Vocativo, Dativo, Ablativo e Acusativo). As línguas modernas, geralmente, são analíticas.
Filosofia
Se para o latim a situação parece tão pouco promissora, no caso da filosofia parece estar mudando. Na UnB, este semestre marcou o retorno do curso de Filosofia. E com uma novidade: sem vestibular. Segundo o professor Celestino Pires, estão cursando Filosofia alunos portadores de diploma superior; transferidos de escolas de Filosofia e alunos com dupla opção. O vestibular só será usado em caso extremo.
Outro professor da UnB, Estevão, está participando de uma comissão do MEC, que estuda a possibilidade de retorno da Filosofia, como disciplina, nos cursos de II Grau. O colégio Quilombo dos Palmares promete, a título experimental, introduzir a disciplina no currículo de seus alunos, no próximo ano.
Caetano Veloso, atento compositor popular, em sua mais recente e comentada criação, Língua, diz: "Gosto de sentir a minha língua roçar/A língua de Luís de Camões/Gosto de ser e estar/ E quero me dedicar/ A criar confusão de prosódia/ E uma profusão de paródias/ Que encurtem dores/.../ E sei que a poesia está para a amizade/ E quem há de negar que esta lhe é superior? / E deixa os portugais morrerem / a minha pátria é minha língua / Fala Mangueira/ ... / Se você tem uma idéia incrível / É melhor fazer uma canção / Está provado que só é possível / Filosofia em alemão / ..."
Pois Caetano Veloso traz à tona a velha discussão. Por que os grandes filósofos são, na maioria das vezes, alemães? E nos, sem latim, filosofia e história, dia chegará em que conseguiremos nem sequer criar canções.
CAETANO, Maria do Rosário. As disciplinas fora do Ar. Correio Brasiliense. Brasília: 02 de julho de 1984.