sábado, 19 de março de 2011

Insegnare Latino: un primo orientamento sulle diverse metodologie


a cura di Andrea Barabino

Il presente contributo nasce dall’intento di fornire una breve rassegna bibliografica, selettiva e ragionata, di opere e manuali che, sia sul versante degli studi scientifici, sia nel campo della didattica, possono fornire indicazioni, riflessioni o anche semplicemente spunti importanti per gli insegnanti che intendono innovare l’insegnamento del Latino e aggiornarlo alle esigenze attuali.

È difficile delineare con precisione gli ambiti dei diversi orientamenti metodologici nell’ambito dell’attuale didattica, che – all’infuori del cosiddetto “metodo naturale”, che tratta il Latino come lingua viva – oscillano tra i due seguenti estremi: un principio secondo cui si va dalla regola al testo (grammatica normativa) e un altro che prevede un’interazione tra testo e regola, secondo un rapporto per cui la regola nasce dalla descrizione di un fenomeno cui si assiste all’interno del testo stesso (grammatica descrittiva). In questa prospettiva nascono, in ambito scolastico, manuali che sempre più smussano i lati di un aspro e rigido atteggiamento normativo, lasciando più spazio ai testi, non più e non solo palestra di traduzione o, peggio, “cavia” per sperimentare le norme mandate a memoria, ma mezzo per meditare sugli aspetti imprescindibili e fondanti o, quanto meno, importanti della cultura classica. La lingua, dunque, come specchio di una civiltà, non solo come ossessiva ricerca e conferma di norme grammaticali.

Il tentativo di innovare il metodo di studio del Latino, nato sul solco del forte impulso ricevuto dagli studi linguistici nel secolo scorso a partire dal Corso di linguistica generale di de Saussure (1916), affonda le proprie radici – ormai possiamo dire – in tempi relativamente lontani. Le prime sperimentazioni, infatti, della cosiddetta “grammatica della dipendenza” di Tesnière (verbi valenti o avalenti, con attanti e circostanti) risalgono agli anni ’50-’60 e saranno poi sviluppate dalle riflessioni di Happ (‘76-‘79), che, sempre in stretta dipendenza dal verbo, individua complementi obbligatori (max. 7) e complementi facoltativi, detti impletivi, scelti su asse paradigmatico e allineati su asse sintagmatico. Un altro contributo fondamentale, che proviene direttamente dall’ambito degli studi di linguistica generale, si deve a Martinet (1987), che ha proposto, con il suo funzionalismo, una lettura dei fenomeni linguistici basata su una “doppia articolazione”: da un lato, le unità distintive, i “fonemi”; dall’altro le unità significative, cioè latrici di significato, i “monemi”, che si dividono in “lessemi” (nell’ambito lessicale) e “morfemi” (nell’ambito grammaticale). I monemi si articolano funzionalmente in “sintagmi”, creando le “espansioni”, ovvero costruendo la frase secondo il seguente schema:

verbo + supporto del verbo (soggetto) + espansioni

A partire dalla metà degli anni Sessanta, altre prospettive sono state aperte, sempre dall’ambito della linguistica generale, dalle riflessioni sulla grammatica generativo-trasformazionale di Chomsky e della sua scuola. Un cenno merita anche il tentativo di accostarsi al Latino come a una lingua viva, secondo il cosiddetto “metodo naturale”, promosso e sviluppato specialmente nell’ambito del mondo nordeuropeo, ma oggi presente, sia pur in misura ancora molto limitata, anche nella scuola italiana. L’allievo affronta lo studio della lingua attraverso un percorso di apprendimento simile a quello delle lingue moderne, secondo unità didattiche di difficoltà progressiva, che facilitano l’apprendimento, diminuendo così il rischio di scoraggiamento e demotivazione nei primi passi dello studio. Il manuale scolastico di riferimento, edito nel 1985, è del danese Hans H. Ørberg (Lingua Latina per se illustrata).

Per approfondire le posizioni metodologico-didattiche sopra esposte in modo sintetico, si propone qui una breve rassegna che, ben lungi dal nutrire pretese esaustive, ha il solo scopo di fornire un primo quadro di orientamento.

Breve rassegna bibliografica

• L. Tesnière, Eléments de syntaxe structurale, Klincksieck, Paris, 198210; H. Happ, Grundfragen einer Dipendenz-Grammatik des Lateinischen, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen, 1976; Möglichkeiten einer Dependenz-Grammatik des Lateinischen, in «Gymnasium» 83, 1976, pp. 35-58 ora trad. it. in G. Proverbio (a cura di), La sfida linguistica, Rosenberg & Sellier, Torino, 1979, pp. 186-214; Möglichkeiten und Grenzen bei der unterrichtlichen Anwendung einer Dependenz-Grammatik des Lateinischen, in «Gymnasium» 8, 1977, pp. 35-87; Syntaxe latine et théorie de la valence. Essai d'adaptation au latin des théories de Lucien Tesnière, in «Les Études Classiques» 45, 1977, pp. 337-366 e in «Languages» 50, 1978, pp. 51-70.

Per la grammatica della dipendenza di Tesnière e Happ, cfr. G. Proverbio, Prospettive per l'insegnamento delle lingue classiche, in «Orientamenti pedagogici» 25 (3), 1976, pp. 461-475; Modelli linguistici e insegnamento del latino, in «Orientamenti pedagogici», 25 (3), 1978, pp. 445-459; Lingue classiche alla prova. Note storiche e teoriche per una didattica, Pitagora, Bologna, 1981; Lezioni di glottodidattica, Giappichelli, Torino, 1984; F. Sabatini, Lingua e linguaggi. Educazione linguistica e italiano nella scuola media, Loescher, Torino, 1980; La comunicazione e gli usi della lingua, Loescher, Torino, 1984; E. Andreoni Fontecedro, Il modello Tesnière - Sabatini e la sua applicazione al latino, in «Atene & Roma» 31, 1997, pp. 81-88; Progetto sequenziale per l'insegnamento della morfologia e della sintassi latina nel biennio secondo il modello Tesnière - Sabatini, in «Aufidus» 5, 1988, pp. 83-99.

• A. Martinet, La considerazione funzionale del linguaggio, trad. it. Il Mulino, Bologna, 1984; Elementi di linguistica generale, trad. it. Laterza, Bari, 1987.

Per il funzionalismo di Martinet, A. Ghiselli, Grammatica moderna della lingua latina, Laterza, Bari, 1987; Nuove metodologie didattiche per l'apprendimento delle strutture morfosintattiche fondamentali del latino, in I. Lana, Il latino nella scuola secondaria, La Scuola, Brescia, 1990, pp. 55-74; Il nuovo libro di latino, Laterza, Bari, 1995.

• N. Chomsky, Le strutture della sintassi, trad. it. Laterza, Bari, 1970; Aspetti della teoria della sintassi, in Saggi linguistici II, Boringhieri, Torino, 1970.

Per la grammatica generativo-trasformazionale, cfr. G. Calboli, La linguistica moderna e il latino. I casi, Pàtron, Bologna, 1975; R. Oniga, I composti nominali latini. Una morfologia generativa, Pàtron, Bologna, 1988; Grammatica generativa e insegnamento del latino, in «Aufidus» 14, 1991, pp. 83-108. Importanti considerazioni anche in A. Traina, La sintassi latina e la linguistica moderna: I. La grammatica storica, in «Scuola e didattica» 9 (3), 1963, pp. 132-134; La sintassi latina e la linguistica moderna: II. La grammatica psicologica e l'esegesi, in «Scuola e didattica» 9 (5), 1963, pp. 245-247; La sintassi latina e la linguistica moderna: III. Lo strutturalismo, in «Scuola e didattica» 9 (7), 1964, pp. 361-363; più recentemente G. Garbugino, Analisi logica, linguistica moderna e didattica del latino, in «Bollettino di Studi latini», 25, 1995, pp. 585-603;Latino ed educazione linguistica, United Press, Padova, 1995.

• Studi di carattere generale sui problemi della didattica del Latino: S. Rocca, Avviamento alla didattica del latino, Bozzi, Genova, 1979; N. Flocchini, Insegnare latino, La Nuova Italia, Firenze, 1999; A. Giordano Rampioni, Manuale per l’insegnamento del latino nella scuola del 2000. Dalla didattica alla didassi, Patron Editore, Bologna 19992.

• Per la Didattica Breve, cfr. F. Ciampolini, La didattica breve, Il Mulino, Bologna, 1993.

Per le sue applicazioni al latino: F. Piazzi (a cura di), La didattica breve del latino, Cappelli, Bologna, 1993.
fonte: http://www.loescher.it/mediaclassica/latino/sperimentazione/insegnareLatino.pdf

sexta-feira, 4 de março de 2011

DE PRAESTANTI METHODO DOCENDI AC DISCENDI LINGVAM LATINAM

EX IV LIBELLO COMMENTARIORVM QVI LATINITAS INSCRIBVNTVR
MENSE DEC. A. MCMLXXXXIX EDITO IN CIVITATE VATICANA


A die XXIV Aprilis a. 1998 usque ad Kalendas Maias, habitus est in parva urbe Montella, sita in amplissima ac viridissima convalle, in hirpina regione, Congressus internationalis cultorum latinitatis, sibi statuentium ut, inter se uniuscuiusque experientias comparantes, decernerent quibus viis hodie possit in scholis lingua Latina fructuose doceri; perpauca quoque disputata sunt de optima methodo linguae Graecae tradendae.
Multae atque exquisita eruditione ornatae et practicis copiosae praeceptis fuerunt orationes, nec defuerunt oratores extraeuropaei; aderant praeterea fere ab omni Europae regione oratores atque auditores.
Advocatus ad meam orationem habendam, orsus sum animadversione quam reor esse magni ponderis quod attinet ad didacticam linguae Latinae: universim lingua Latina censetur esse una, at reapse ipsa est duplex: ex una parte, exstat lingua quam litterariam vocaverim, lingua nempe excellentium Romanorum Auctorum, lingua Caesaris, Ciceronis, Sallustii, Livii, Taciti, lingua ardua, ample architectonica, interdum labyrintica, quam secreta quaedam unda musica pervadit, quae a callida verborum dispositione exsurgit et a clausulis. Scriptor enim Latinus erat quasi quidam strategus linguae, qui intente atque naviter elementa periodorum disponebat, ita ut sapientem et implexam structuram assequeretur.
Apte per imaginem reddidit periodorum naturam linguae latinae litterariae praeclarus philologus francogallicus Marouzeau; hoc modo, ille adfirmat, Latina periodus formatur: exsurgit arcus, qui cito manet suspensus in aere; alius exsurgit, et ipse manens truncus, itidem inde alii; interdum aliquis ex illis suam invenit basim et concluditur; cum autem periodus clauditur, ante oculos cumulum arcuum se invicem intersecantium habemus, quos in ordine recto disponere oportebit ita ut omnium partium significationem patefaciant earumque nexus.
Ex altera parte, exstitit lingua Latina cotidiana, quam ego voco colloquialem, interdum etiam Cartesianam, quatenus praeditam crystallina evidentia, lingua qua Romani utebantur domi, per vias, in foris, inter se candide et confidenter sermocinantes, quae lingua, sicut quaelibet lingua cotidiana, (quam Itali lingua parlata vocant, Umgangsprache Theodisci), erat directa, simplex, seclusis inversionibus et elegantiis.
Quod vero hae duae linguae Latinae sunt inter se dilucide ac plane discrepantes, ex hoc depromitur quod a diversis formis mentis scaturiunt (italice dicimus «scaturiscono da due diversi atteggiamenti mentali»): loquentes cotidiane, huc tantummodo spectant, ut simpliciter ac distincte sua cogitata suasque necessitates communicent. Auctor contra Latinus, cum stilum manu sumebat, sibi proponebat ut opus artis conficeret, ideoque stricte exquisitis minutisque legibus artis rhetoricae et stilisticae obtemperabat et exarabat quam apte Theodisci Kunstprosam appellant, quam Leontinus Gorgias excogitavit et diffudit et quam Isocrates Graecus et Romanus Cicero ad summam perfectionem adduxerunt.
Nunc autem transeamus ad quaestionem primariam, nempe de methodo, ope cuius fructuosior et levior fiat Latinae linguae institutio.
Unusquisque professor et magister suam propriam habet methodum, quam ipse per suum curriculum effinxit eamque assidue suis discipulis aptandam curavit, quae methodus est quodammodo proiectio et effusio eius culturae eiusque latinitatis amore. Per se ergo quaelibet methodus est laude digna. At hic ego proponere velim methodum, quam principem soleo appellare (et hic mihi est a vobis venia petenda propter superbiolam quae in vocabulo «principis» inest), methodum quae permittat ut discipuli non modo valeant linguam Latinam adhibere vivam, limpidam videlicet et pianam, sed interpretari quoque aliquantulum expedite paginas Classicorum earumque pedetemptim, elegantem illam et architectonicam structuram percipere et degustare.
Ecce igitur quid sit magistro linguae Latinac agendum:
ingrediens in conclave scholasticum, iam a prima praelectione incipiat callide miscere, dum primas elementarissimas notiones offert linguae Latinae, patriam linguam et linguam Latinam (adhibens evidenter linguam Latinam planissimam et crystallinae evidentiae), initio vertens hic illic nonnulla tantummodo verba patria in Latinum, inde eorum numerum sensim, prosequente tempore, augens, atque ea semper clare pronuntians ac pluriens repetens, ita ut discipuli incipiant in suis mentibus prima Latina vocabula deponere, sic quoddam parvum apparantes lexicon Latinum, quod, labentibus hebdomadis et mensibus, gradatim locupletabitur atque permittet discipulis ut, exemplo professoris allecti, incipiant tandem et ipsi, caute quidem et lente, Latine respondere simplicissimis magistri interrogationibus, inde quaedam latine quaerere ex illo, et inter se primos planissimos dialogos Latine conserere.
Cum autem illi aliquam competentiam activam assecuti erunt, id est facultatem sua cogitata Latine exprimendi, caute utique et lente, tunc ecce contactum, ut dicitur, cum Auctoribus incipient, a simplicioribus ordientes. Et linguae patriae et Latinae mixtio semper erit usurpanda, sive in Auctorum praesentatione, sive in eorum paginis explicandis, sive in normis grammaticalibus enucleandis; labente autem tempore, sensim Latina lingua praevalebit et in classibus superioribus usus Latini vivi magis magisque dominabitur, itaque discipuli, ad Universitatem Studiorum accedentes, iam se lucide exprimere Latine valebunt atque illis acrius et profundius Scriptorum Latinorum opera penetrare et degustare licebit. Qui enim aliquam linguam vivam adhibeat, etsi quadam simplicitate, iam in intimum cor eius penetravit et est idcirco paratus ad summorum Auctorum paginas eius linguae potiendas et penetrandas multo citius ac subtilius quam qui eam linguam non per usum, sed per abstracta et normativa schemata didicerint. Praeterea, isti studentes academici, lauream adepti, fieri poterunt magistri linguae Latinae vivae perfecte idonei, quippe loquentes Latine, ad usurpandam novam methodum cum futuris discipulis.
At eiusmodi methodus exigit ut magister vel professor iam ipse sua cogitata exprimere sciat Latine, non profecto arduo sermone litterario, sed liquido colloquiali sermone. Quis vero magistros Latinae linguae docuit loqui Latine? Non utique Universitas Studiorum, tota in exquisita philologia persequenda. Ceterum, nonne magistri Latinae linguae sunt verissimo sensu lexica latina viventia? Tot enim sunt substantiva,adiectiva, pronomina, adverbia..., quae ipsi per tot annos studii et curriculi didicerunt et arripuerunt; valent praeterea quodlibet verbum flectere atque innumeros Latinae linguae constructus cognoscunt. Quomodo ergo fieri potest ut loqui Latine nesciant? Et reapse hodie fere nullus magister linguae Latinae valet, neque audet, simplicem Latinam sermocinationem conserere, cuiuus rei ratio est simplex: integra enim ingentissima massa lexicalis, quam ipse in mente possidet, iacet in ea aggerata et simul confuse mixta, quasi dormitans. Sufficiet ergo quaedam ingeniosa exercitatio quae illam amplissimam materiam expergefaciat et deglomeret eiusque singula elementa idonea instruat velocitate, qua se praesentare valeant ante mentem loquentis, et exinde ore pronuntiari.
Exstat revera eiusmodi exercitatio, quae est simplicissima nec quidquam constat (e che non costa nulla), ad quam exercendam numquam defatigor, in Conventibus de lingua Latina, hortari iuvenes praesertim collegas, utpote ad res novas experiendas promptiores.
Exponam ergo quomodo haec exercitatio sit ineunda:
Magister in suo conclavi scriptorio deambulans, mente fingens se suos alloqui discipulos, elata ac lenta voce et bene articulans verba, tenens in promptu lexicon Latinum, si forte aliquod accidat vacuum, ut hodie dicimus, memoriae, incipiat aliquam simplicissimam regulam Latine exponere, vel aliquam Phaedri fabellam, vel aliquam brevem narratiunculam de quodam Auctore Latino, stilo autem planissimo et recto.
Mihi liceat nonnulla exempla proferre:
Sic incipere potest magister: «Vobis hodie explicabo notiones Subiecti et Obiecti. Inspicite has duas propositiones: "l'aquila improvvisamente volò via - i cacciatori uccisero l'aquila". In priore propositione, est aquila quae facit actum evolandi, in secunda propositione, venatores faciunt actionem necandi et aquila patitur actum necandi. Nunc autem, qui facit actum (chi fa l'azione), vocatur Subiectum, qui contra subit, patitur actionem, vocatur Obiectum. Ergo in priore propositione, aquila est Subiectum, in secunda est Obiectum, et venatores sunt Subiectum.
Nunc autem bene attendite (fate bene attenzione). Lingua Italica facit nullum discrimen, quod attinet ad casum (per quanto riguarda il caso) inter Subiectum et Obiectum: l'aquila volò via - i cacciatori uccisero l'aquila. Contra (invece) , lingua Latina distinguit accurate et ponit Subiectum in casu Nominativo, Obiectum in casu Accusativo. Dicemus ergo: Aquila improviso evolavit - venatores necaverunt Aquilam.
Haec est prima difficultas in quam incurrimus nos Itali, cum incipimus discere linguam Latinam. Ergo curate ut bene distinguatis in variis propositionibus quaenam sint personae vel res quae faciunt actionem (ergo erunt Subiecta et exigent casum Nominativum), ab illis quae subeunt, patiuntur actionem (quae ideo erunt Obiecta et exigent casum Accusativum.)»
Et ecce nunc quomodo magister possit exponere Latine fabellam Phaedri:
«Cervus cum bibisset ad fontem, restitit et vidit imaginem suam in aqua. Et dum miratur splendida sua cornua et vituperat tenuitatem crurum, improviso audivit sonum cornuum venatorum (il termine «cornua» significa sia «le corna», sia «i corni»). Tunc territus coepit fugere per prata et agili cursu digressus est a canibus, eos valde longe relinquens. Sed cum ingressus esset in densam silvam, cornua ramosa coeperunt impedire eius cursum et sic canes potuerunt eum consequi et coeperunt illum dilacerare morsibus. Tunc moriens, dicitur murmurasse: "Quae despexeram, me servaverunt et quae laudaveram me ducunt ad mortem"».
Nunc brevis narratio de Livio, praeclarissimo historico Romano.
Narrat Plinius in quadam Epistula quemdam Gaditanum (un abitante di Gades, oggi Cadice) captum esse magna admiratione erga historicum Romanum Livium. Voluit ergo illum cognoscere; ascendit in navem et cum pervenisset, post longissimam navigationem, ad urbem Hostiam, per Tiberim pervenit Romam. Ibi quaesivit ubi habitaret Livium et postquam illum vidit et cognovit, statim reversus est in Hispaniam, minime curans contemplari magnitudinem Romae et ceteros praeclarissimos Romanos cognoscere.
Ut patet, magister hanc materiam ad libitum variare potest, sive quoad res grammaticales, sive quoad Phaedrum, sive quoad Auctores Romanos; maxime autem interest ut assidua perseverantia se gerat. Initio non deerunt perplexitates et incertitudines, at cito (qui enim loquitur est vivens lexicon Latinum!) post duos tresve dies iam incipiet quadam securitate se Latine exprimere, atque tandem, post circiter decem dies, grata obstupefactione captus ac quadam animi commotione arreptus, animadvertet se civem Romanum factum esse, qui iam sua cogitata clare atque pacate limpida Latina lingua expromere valeat.
Et incantamentum Latini vivi numquam posthac illum relinquet simulque in eo desiderium coorietur efficiendi ut sui quoque discipuli hanc miram experientiam participare queant.
Si qui autem magister, idoneam adeptus competentiam activam Latine loquendi, novam hanc methodum vivam, de qua disserui, in sua classe hodie usurpare cupiat, in non paucas incidet difficultates. Quomodo a Praeside licentiam assequetur adhibendi methodum quae rerum scholasticarum statum tam audacter evertat? Quid opinabuntur collegae? At praesertim ubinam tempus inveniet discipulos usui vivo Latinae linguae initiandi? Nos enim magistri cogimur praestituta studii programmata discipulis explicare eosque ad examina, ipsa quoque praedefinita, apparare. Italici ergo magistri linguae Latinae manus habent vinctas quoad non excutietur ac probabitur a Legumlatorum Collegio (il Parlamento) notissima illa «motio» honorabilis viri Fiandrotti, sectae socialisticae, quae abhinc decem circiter annos lata est Italicis legumlatoribus, requirens ut lingua Latina non modo iterum in Scholas Medias introduceretur, unde indecore atque inique expulsa est anno 1977, sed etiam ut ipsa lingua Latina nova quadam methodo viva doceri inciperet, (cui motioni additum est, ipso mense Aprili anni 1998 a nonnullis Senatoribus Propositum legis (Disegno di legge), a Legumlatorum Collegio excutiendum et probandum, quo rogatur «... ut inseratur linguae Latinae institutio in Scholam Fundamentalem (Scuola Media)... sic denuo reddentes adulescentibus clavem scriniorum pretiosorum, complectentium thesauros qui illis debentur... Hoc modo, Italica proles fruetur potissimo instrumento, addito ceteris, cognitionis et ingenii maturationis, ut integre atque scienter civilis hodiernae societatis participes fieri possint... ope renovatae didacticae artis per usum linguae latinae vivae, quae adiuvet ad studium Classicorum penetrantius reddendum».
Attamen hodie quoque fas est magistris discipulos usui vivo linguae Latinae iam initiare hoc, sit venia verbo, strategemate fruentes: magister domi praelectionem exaret de argumento apto ad discipulorum mentes alliciendas integre Latinam, inde eam perfecte memoriter absorbeat. Quodam autem die, discipulis nuntiet se illis praelectionem totam Latine prolatam oblaturum esse, et inde, inter stuporem et silentium in classe subito coorta, lente ac sonore praelectionem incipiat. Cum autem inter erectas aures et intentas discipulorum mentes, praelectionem expleverit, sonabit (expertus refero) applausus atque simul rogabunt discipuli ut sibi aliis quoque vicibus aliae eiusmodi praelectiones concedantur
Hoc modo, fiet Latino vivo initiatio et in discipulorum animis excitabitur illecebra ac lepos methodi quae eos adducat ad penetrandum in cor intimum Latinae linguae, quam tandem illi sentient non iam quasi rem mortuam, at contra veluti sermonem lucidum et vividum, qui sit praeterea optima propaedeutica ad accedendum, tempore progrediente, ad implexam et architectonicam classicorum linguam, quos illi non iam percipient ut abstrusos Scriptores antiquissimi aevi, sed veluti eiusdem amplissimae reipublicae Latinae concives.
Adnotetur vero nos, Latini vivi fautores, minime negare momentum atque efficaciam methodi traditae, per quam lingua Latina ultimis duobus saeculis oblata est discenda adulescentibus in scholis publicis, quae methodus unice spectabat et unice iniitebatur studio atque imitatione Classicorum linguae, ad quam possidendam minutae ac subtiles adhibebantur analyses grammaticales et syntacticae, plurimae exercitationes, quae ad artem recte et eleganter Latine scribendi attinerent, et, ut par est, attentae locorum conversiones commentationesque summorum Auctorum. Quam enim ingens adulescentium numerus bis duobus saeculis a latinitatis scholis exierunt uberrime parati ad analyses ac syntheses mentibus exercendas, idcirco optime apti ad multiplicia munera in civili societate obeunda, spiendidis praeterea cogitationibus et amplis historicis cognitionibus locupletati, quae omnia a mirando illo scrinio hauserant Romanorum Auctorum!
Attamen, si nostra viva methodus adhibeatur in Europae scholis, quae in ipsius linguae Latinae vivo usu fundetur, ex una parte magis pervium et expeditius et levius Latinae linguae studium reddetur, et ex altera fient discipuli ad paginas Auctorum penetrandas promptiores, cum ipsa linguae Latinae colloquialis viva exercitatio sit per se peculiarissinia et aptissima propaedeutica ad arduam et architectonicam summorum Auctorum linguam potiendam.
Neque est obliviscendum hunc ipsum sermonem Latinum colloquialem, labentibus annis, ab omnibus nationibus Europaeis usurpari posse velut flexibile et planum instrumentum communicationis.
Nihil ergo aliud demum proponimus nisi ut utraque methodus quodammodo simul ingeniose coalescant ad duplicem finem assequendum: hinc, ut discipuli celerius et uberius ab operibus Auctorum Latinoruni haurire valeant, et illinc, ut crystallina lingua vehiculari locupletentur, quae babelicum plurilinguismum Europae denique praetergrediatur, idcirco efficiat ut istae inquietae et rixosae Europae gentes, per usum eiusdem translucidae linguae communis, ad mutuam tandem fraternitatem allici queant.
VIDO ANGELINO
fonte: http://www.latinitatis.com/latinitas/textus/angelinolat.htm

quarta-feira, 23 de fevereiro de 2011

Troppa grammatica uccide il latino



di Rossano Salini

Se e quanto valga la pena insegnare ancora le lingue classiche nelle nostre scuole è questione di cui si dibatte da decenni. Ma tale discussione raramente si confronta con l'unico dato che dovrebbe essere alla base di tutto: quanto i ragazzi che fanno studi classici apprendono realmente il latino e il greco? Esiste o no un modo per insegnare le lingue classiche in maniera tale che gli studenti possano accedere direttamente ai testi originali latini e greci? Ebbene sì, il metodo c'è: è il "metodo natura", per cui, semplificando al massimo, il latino e il greco vengono insegnati un po' come si insegna l'inglese. Cioè come una lingua viva. Luigi Miraglia è il presidente dell'Accademia Vivarium Novum, che si occupa della diffusione, in Italia e all'estero, di questo metodo di insegnamento. Che è non solo rappresentativo di una didattica efficace e responsabile, ma è anche forse il modo con cui si stanno salvando le lingue classiche da un continuo e inarrestabile declino.



Professor Miraglia, si ha l'impressione che oggi l'insegnamento delle lingue classiche in Italia venga trascinato come un retaggio del passato. Lei come giudica complessivamente l'insegnamento del latino e del greco nel Paese?
La questione delle lingue classiche in Italia, e in una certa misura anche in altri Paesi d'Europa, ha radici storiche profonde, che risalgono almeno alla fine del Settecento. Furono già personaggi come Federico Augusto Wolf e Guglielmo von Humboldt che teorizzarono lo studio del latino come "mezzo migliore per esercitare determinate facoltà dell'anima". In Italia questa impostazione, che generò il metodo grammaticale-traduttivo per lo studio delle lingue classiche, entrò più tardi, e per un certo periodo resistette il sistema didattico umanistico. Ma dopo il 1860, anche per motivi ideologici, il "metodo scientifico" fu introdotto con forza; e i risultati furono sin dall'inizio disastrosi. Già nel 1894 il ministro Marini si vide costretto a convocare una commissione per verificare i risultati della nuova metodologia: il presidente di quella commissione, Giovanni Pascoli, diede un giudizio pesantissimo, ma ciononostante l'ideologia ebbe la meglio e si continuò a insegnare in quel modo. Per tutto il secolo scorso la situazione si è protratta, fino al punto in cui si è arrivati a parlare del nuovo metodo come del "metodo tradizionale".



Quali sono gli effetti negativi di questo metodo di insegnamento?
I ragazzi imparano a odiare d'un odio implacabile la grammatica, le versioni faticosamente decifrate, gl'incomprensibili classici di cui hanno dovuto senza frutto mandare a memoria una traduzione raccattata nel mare di note pletoriche e indigeribili. Anche lo studio della letteratura, in questa situazione, si riduce spesso alla ripetizione delle opinioni di altri su stile, uso della lingua, effetti retorici: perché il povero alunno, che del testo non comprende nulla, e che spesso non legge (o meglio, non "decodifica") che poche righe, non ha nessun elemento per un meditato e, per quant'è possibile, autonomo giudizio critico. Il rischio grave è anche che si crei una sorta di selezione al contrario: un metodo tutto deduttivo rischia di favorire e porre ai primi posti quel tipo d'alunno che esegue passivamente gli ordini; mentre viene penalizzato il ragazzo di giudizio indipendente e libero, amante della realtà presente e viva. Non che non siano da lodare l'impegno assiduo, la capacità di dominio di sé stessi, l'esercizio delle facoltà razionali; ma mi sembra paradossale che, nello studio delle lingue classiche, siano quasi da vituperare, come se fossero una colpa e non una virtù, la brillantezza dell'ingegno e la voglia d'unire verba e res, concetti, idee e azione.



Veniamo alla pars construens: l'Accademia Vivarium Novum, da lei presieduta, diffonde in Italia l'insegnamento del latino e del greco tramite il "metodo natura" del danese Hans Ørberg: qual è sinteticamente il principio alla base di questo metodo d'insegnamento?
Il "metodo natura", applicato dall'Ørberg al latino e, per quanto m'è stato possibile, da me stesso al greco, non è un'invenzione recente: è in realtà il metodo diretto o induttivo che in larghissima misura era utilizzato nelle scuole umanistiche e postumanistiche, fino almeno alla fine del Settecento in tutta Europa. Esso parte da contesti significativi, all'inizio costruiti ad hoc, in seguito originali, che presentino ordinatamente disposti lessico, morfologia e sintassi da apprendere, con numerosi esempi inseriti all'interno d'una storia continua e coinvolgente, che funga da sostegno mnemonico e da elemento di motivazione per l'apprendimento: nel primo volume di latino quasi un "romanzo", con le vicissitudini d'una familia romana del II secolo dell'era cristiana. I testi sono per sé illustrati: non più dunque l'"enigma della traduzione", ma pagine di volta in volta adatte al livello di competenze che l'alunno ha acquisito, perché egli possa comprenderle immediatamente, senza bisogno di portarle necessariamente nella propria lingua. L'alunno esce quanto meno possibile dalla lingua che studia, e porta alla coscienza, con spiegazioni dettagliate e ordinate, quanto riscontrato nei testi, solo dopo averne visto il funzionamento pratico in un testo o in esempi che gli siano comprensibili. In questo modo s'assimilano in tempi assai brevi morfologia, sintassi e lessico, che s'imparano a padroneggiare e a riconoscere senza esitazione nelle opere degli autori. La vox maiorum giunge così alle orecchie dei ragazzi della nostra epoca, che dialogano con Cicerone, Seneca, Sallustio e Virgilio, non più indegnamente ridotti a indigesti esercizi di logica o di enigmistica.



Quindi si sentirebbe di sconsigliare quello che, erroneamente, viene chiamato metodo tradizionale e di raccomandare questo metodo di insegnamento?
Premesso che credo fortemente nella libertà d'insegnamento e nell'autonomia di scelta dei metodi che non possono essere imposti a nessun insegnante, mi permetto, sulla base dell'esperienza mia stessa e su quella di moltissimi docenti di tutta l'Italia e d'altre parti del mondo, di raccomandare questo sistema didattico. Se l'altro metodo abbia mantenuto o meno le sue promesse di "formazione della mente" e di "sviluppo della logica" lo giudicheranno altri. Il latino è la chiave di tutta la cultura europea: letteraria, giuridica, filosofica, storica, teologica, scientifica, antropologica, di conoscenza di sé e delle altre civiltà; ma tutti i tesori ch'esso può dischiudere rimangono ben custoditi nelle arche e cassaforti delle opere che ce li hanno tramandati, se non si possiede la lingua al punto di poter leggere correntemente interi libri, di autori come Erasmo, Copernico, Spinoza. Il metodo grammaticale-traduttivo, per la sua stessa impostazione, questo non lo permetterà mai. Il metodo induttivo, invece, non solo lo ha consentito a generazioni di studenti per secoli, ma, dovunque è applicato con rigore e professionalità, dà risultati assai confortanti anche oggi.



Il passaggio dal metodo deduttivo a quello induttivo (non solo per le lingue classiche) può essere una risposta di carattere generale al problema del rendimento dei nostri ragazzi?
Il metodo induttivo è senz'altro più coinvolgente e può costituire uno stimolo per superare le difficoltà maggiori e suscitare interesse nei giovani anche in ambito scientifico-matematico. Non vorrei però che si confondesse con una certa faciloneria e un certo vuoto pedagogismo che sta da alcuni anni infettando la scuola italiana, con la retorica del "fare", dell'"operatività", della "manualità". La vera finalità che un qualunque formatore deve porsi è condurre gradualmente i propri alunni a sviluppare capacità d'astrazione che gli permettano di svincolarsi dai singoli fatti per ricavarne ragionamenti, concetti, argomentazioni, persino leggi che valgano in maniera più generale, e non siano legate al caso particolare: è questa l'unica via per non essere assoggettati al flusso irrefrenabile delle mode, del caleidoscopico cambiamento, del pensiero dominante.



Cosa ne pensa della proposta, avanzata da più parti, di rendere sempre più opzionale l'insegnamento delle lingue classiche? Sarebbe un incentivo a studiarle meglio, o sarebbe un passo verso la dimenticanza totale del latino e del greco?
Credo che rendere opzionali il latino e il greco sarebbe un grave errore, e questo per diversi motivi, alcuni d'ordine teorico, altri di risvolto pratico. Chi propone questa strada parte naturalmente dall'idea che le lingue classiche siano parte d'un sapere specialistico, riservato a chi voglia dedicarsi a una ricostruzione laboratoriale e "scientifica" del mondo greco e romano. Il latino permette invece di accedere al nostro patrimonio secolare, e ci permette di leggere non solo Cicerone o Seneca, ma Aelredo e Abelardo, Bartolomeo de Las Casas e Newton, Enea Silvio Piccolomini e Pico della Mirandola, Erasmo e Galileo. Credo che non vi possa essere consapevolezza storica della professione che s'esercita e della materia che si studia se non attraverso quell'integros accedere fontes che, solo, ce la rende possibile. Per me la questione sta solo nei metodi: perché è ovvio che se uno studia cinque anni per quattro o cinque ore la settimana una lingua, e poi non sa leggere neanche i Vangeli, allora non c'è ragione perché questo sperpetuo sia trascinato avanti. Ma se si dimostra che in soli due anni i ragazzi possono esser messi in condizione di leggere e gustare buona parte della millenaria produzione latina, credo si debba convenire che per l'acquisizione d'uno strumento di tale portata culturale valga la pena d'impiegare un tempo ragionevole nel curriculum scolastico.



E quali sono invece le motivazioni d'ordine pratico che sconsigliano di rendere solo opzionali le lingue classiche?
Dal punto di vista pratico, ritengo che renderle opzionali sarebbe una sciagura: ho potuto bene analizzare la situazione delle scuole francesi e, in parte, di quelle inglesi, dove, ormai da tempo, il latino è facoltativo e il greco è pressoché scomparso. Ora, a parte l'effetto disastroso sulla società (mentre da noi ogni bancarella di periferia è ancora piena di edizioni economiche dei classici, a Parigi, e persino a Oxford le edizioni di opere latine e greche sono diventate roba da carbonari), sta di fatto che in Francia, per esempio, il professore di latino non può più di tanto pretendere dai suoi alunni, i quali, se diviene più esigente, abbandonano il suo corso e si trasferiscono altrove, lasciandolo senza "clienti" e spesso senza posto di lavoro. Questo tipo di tirannia influisce assai negativamente sulla qualità dell'insegnamento, che proprio per questo è assai bassa. Il rendere opzionale il latino, insomma, determinerebbe l'effettiva e definitiva sua scomparsa dalle scuole italiane.
(fonte:http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2009/096q04b1.html)

quinta-feira, 6 de janeiro de 2011

A diferença entre República e Democracia (Cicero, Pro Flacco 15s)


O morem praeclarum disciplinamque quam a maioribus accepimus, si quidem teneremus! sed nescio quo pacto iam de manibus elabitur. Nullam enim illi nostri sapientissimi et sanctissimi viri vim contionis esse voluerunt; quae scisceret plebes aut quae populus iuberet, submota contione, distributis partibus, tributim et centuriatim discriptis ordinibus, classibus, aetatibus, auditis auctoribus, re multos dies promulgata et cognita iuberi vetarique voluerunt.  Graecorum autem totae res publicae sedentis contionis temeritate administrantur. Itaque ut hanc Graeciam quae iam diu suis consiliis perculsa et adflicta est omittam, illa vetus quae quondam opibus, imperio, gloria floruit hoc uno malo concidit, libertate immoderata ac licentia contionum. Cum in theatro imperiti homines rerum omnium rudes ignarique consederant, tum bella inutilia suscipiebant, tum seditiosos homines rei publicae praeficiebant, tum optime meritos civis e civitate eiciebant.

sábado, 4 de dezembro de 2010

Pourquoi entreprendre des études en Faculté de Philosophie et Lettres ?


Parce que l’on s’intéresse aux cultures et à la communication.
Par-delà les défis que nous propose la société contemporaine en matière de technologies, de santé ou de structuration économique, les enjeux de la communication et de la connaissance des cultures restent essentiels. On sait leur rôle dans l’évolution du politique, de l’économique, de l’éducation. Il ne faut pas non plus en sous-estimer l’impact sur le progrès social ou médical. Nos sociétés auront de plus en plus besoin de spécialistes de la communication, dont les compétences spécifiques seront de plus en plus variées. C’est à ce défi que nous nous efforcerons de vous préparer.
Communiquer requiert certes la connaissance précise de sa propre langue et des langues étrangères tout comme la maîtrise de certaines technologies. Mais, au-delà, il n’y a de bonne communication qu’adossée à une bonne compréhension de ses interlocuteurs. En ce sens, le philosophe ou l’historien apportent une contribution essentielle aux processus de communication. L’histoire de l’art, qui s’intéresse à des formes non verbales d’expression, participe également à notre perception de ce qui fait la précision, l’efficacité,
mais aussi la complexité de ce « mécanisme » essentiel des sociétés qu’est la communication entre les individus et entre les groupes.
Les matières enseignées en Faculté de Philosophie et Lettres relèvent, pour la plupart, de disciplines qui ont une très longue tradition scientifique, mais qui demeurent aujourd’hui encore particulièrement efficaces dans les réponses qu’elles apportent aux questionnements essentiels de nos sociétés : qui sommesnous ? comment s’informer ? comment communiquer ? comment gérer les situations complexes ? Ces questions procèdent de la nécessité de comprendre l’autre, d’entrer en communication avec lui et de faire émerger de nouveaux modèles de pensée ou de société. L’analyse des sociétés et des productions humaines d’autres temps ou d’autres aires que les nôtres conduit à l’enrichissement des points de vue sur le monde contemporain et ses défis. De l’enseignement à la pratique journalistique, de la traduction à l’analyse des discours, de la diplomatie à la mobilisation politique, savoir s’informer, analyser et
communiquer sont tout à la fois des compétences de première nécessité et le résultat d’une formation exigeante. Tel est l’objectif des études en Faculté de Philosophie et Lettres. Vous y acquerrez non seulement la maîtrise technique d’une discipline particulière, mais aussi — et peut-être surtout — une formation solide, qui reste le meilleur garant d’un métier enrichissant et d’une capacité à s’adapter à l’évolution de notre société. Les professions auxquelles donnera accès votre diplôme sont multiples et variées. Elles vont de l’enseignement à la recherche, en passant par la gestion des ressources humaines, le journalisme, les fonctions administratives et politiques ou les métiers de la communication dans leur plus grande diversité, pour ne citer que les grands domaines professionnels. Mieux, votre formation vous autorisera à changer de profession, à évoluer, au gré de vos envies et des opportunités de carrière que vous rencontrerez. Votre capacité à rassembler l’information, à la traiter avec rigueur, à l’analyser de manière critique, à en synthétiser l’essentiel et à communiquer avec nuances sera un atout considérable, qui se verra encore renforcé par votre connaissance de plusieurs langues, à des niveaux divers.

Didier Viviers
Doyen de la Faculté de Philosophie et Lettres - Université Libre de Bruxelles